**Roma era di ottimo umore.** Era in piedi sulla soglia con la valigia in mano, senza nascondere la gioia. Con un bacio veloce sulla guancia alla moglie, disse:

— Mia gioia, non annoiarti! Sto solo tre giorni—e poi subito a casa.
Sua moglie Vera, trentunenne, lo salutava con un sorriso così caldo come se fosse la loro prima partenza insieme. Lei sapeva quanto facilmente lui si distraesse, e perciò aggiunse con un occhiolino giocoso:
— Non fare il matto laggiù, eh? Ti conosco bene io…
Roma fece un passo fuori, consegnò la valigia all’autista, salutò Vera e salì in macchina.
Passarono non più di cinque minuti quando, con mani tremanti, compose un numero che in rubrica figurava come “Logistica”. La chiamata fu subito risposta:
— Pronto, Roma?.. Sì, ricordo tutto… Tra due ore sono pronta.
Dentro Roma il cuore gli tremava di anticipazione. Oggi finalmente si sarebbe realizzato un suo vecchio sogno—quel desiderio per cui aveva atteso a lungo. Immaginava di assaporare ogni secondo, come un vino a lungo invecchiato in botte. Irisa… la sua piccola pulcino. Aveva già udito la sua risata—sgarbata ma irresistibile. Mentalmente la vedeva sola con lui, ammirava la sua pelle nuda—spalle snelle, seno tonico, gambe lunghe… Solo a pensare di scorrere le mani sulla sua pelle, il cuore accelerava come un motore impazzito.
Roma si era perso nelle sue fantasie erotiche quando il telefono trillò. Sul display comparve “Logistica”. Rispose con speranza:
— Sì, micetto mio? Morbido come un peluche…
Ma la voce all’altro capo ruppe ogni dolce attesa:
— Roma, mi dispiace tanto, ma oggi non si può.
Fu come un getto di acqua gelida. L’euforia svanì all’istante.
— Come non si può? Iris, forse – hai bisogno di qualcosa? Vengo subito, sistemiamo tutto, pesciolina mia!
Non intendeva rinunciare a un’occasione così rara.
— No, Roma, proprio no. Primo, faccende da donna. Secondo—devo andare urgentemente dai miei. È così. Ciao.
La linea cadde. Roma rimase qualche secondo a elaborare la delusione. Poi diede un pugno al sedile. Il volto gli si fece rosso di rabbia, e in testa martellava: «Perché proprio oggi?!»
Arrivato a casa con la valigia, cercò di mascherare la delusione:
— Verunchik! Sono tornato! — gridò entrando nella spaziosa cucina-soggiorno. — Verunia! Mia gioia! La trasferta… è andata in fumo…
Finì la frase quasi in un sussurro, quando vide la donna che aveva occupato i suoi pensieri più bollenti.
Ira: la sua amante mancata, seduta di fronte a Vera al tavolo della cucina, a bere tè e mangiare pasticcini, come se niente fosse.
Roma rimase immobile, con il volto sconvolto. Tentò di riprendersi, ma gli occhi tradivano il resto. Nella sua mente rimbalzavano domande: Perché lei è qui? Lo sa mia moglie? Come mai sono così sereni? Che devo fare adesso? Presentarmi? Fingere di non conoscerla?
— Cucciolo, perché stai zitto? Vuoi chiedere qualcosa? — Vera lo invitò con la stessa tenerezza di sempre.
Roma cercò freneticamente una via d’uscita:
— Sì… vado a farmi una doccia dopo il viaggio…
E si avviò, distratto.
— Cucciolo, la doccia è dall’altra parte, — lo informò Vera con calma.
Roma si fermò, si voltò lentamente. Tentò di sorridere, ma era solo una smorfia. Tornò in camera, si cambiò meccanicamente e crollò sul letto. La testa gli pulsava, piena di domande cui non trovava risposta.
Ma realizzò che non poteva comportarsi in modo sospetto e, desiderando far chiarezza, tornò in soggiorno.
Le donne, come se niente fosse, continuavano a chiacchierare ignorando la sua presenza. Roma avanzò lentamente, come ipnotizzato. Pensò alla frase di un cartone animato: “Più vicino… più vicino…” Proprio come un beneeval, avanzò un altro passo.
Alla fine le donne lo notarono.







