Avevo trascorso mesi a preparare mia figlia per il suo primo viaggio in aereo, scegliendo con cura perfino il posto che l’avrebbe fatta sentire al sicuro. Quando ci venne portata via quella piccola fonte di serenità, pensai che l’unica cosa da fare fosse arrendermi.

La sera prima della partenza ero seduta sul tappeto della cameretta di mia figlia Emma, con le gambe incrociate, mentre chiudevo la sua piccola valigia decorata con adesivi a forma di nuvole, scelti da lei stessa.
Erano passati due anni dalla morte di suo padre, Sean.
Da allora era la prima volta che trovavo il coraggio di organizzare qualcosa che non fosse una visita medica o una seduta di terapia.
Saremmo andate al mare soltanto per quattro giorni.
Sembrava una cosa semplice, ma per me era come scalare una montagna.
La mia bambina di sei anni dormiva profondamente stringendo sotto un braccio il suo aeroplanino di peluche. L’aveva chiamato **Buzz** l’anno precedente e, da quel momento, non se n’era quasi mai separata.
Rimasi ancora qualche istante seduta sul pavimento, accarezzando con il pollice gli adesivi sulla valigia.
«Puoi farcela, Tina» mi sussurrai. «È solo un volo.»
Il telefono vibrò.
Era arrivata un’e-mail della compagnia aerea.
La lessi rapidamente.
Informava che l’aereo previsto per il volo del mattino seguente era stato sostituito e che alcuni passeggeri erano stati riassegnati automaticamente ai posti.
Controllai subito le nostre carte d’imbarco.
Emma risultava ancora al posto **7A**.
Io al **7B**.
Eravamo ancora sedute una accanto all’altra e, soprattutto, Emma aveva mantenuto il suo posto vicino al finestrino.
Sarebbe stato il suo primo viaggio in aereo.
Avevo prenotato quel posto quattro mesi prima proprio perché Emma è autistica e osservare il panorama fuori dal finestrino l’aiuta a mantenere la calma.
Guardare le nuvole scorrere nel cielo, seguire i raggi del sole e osservare l’orizzonte aperto riusciva quasi sempre a riportarla alla tranquillità quando iniziava ad avvicinarsi a una crisi.
«Va tutto bene» dissi tra me e me. «Il posto al finestrino è ancora nostro.»
—
La mattina seguente Emma era in piedi accanto a me davanti al gate, stringendo Buzz contro il petto mentre fissava l’enorme aereo parcheggiato oltre le vetrate.
«Mamma… è quello il nostro aereo?»
«Sì, tesoro.»
«E potrò vedere le nuvole?»
Mi inginocchiai fino ad arrivare alla sua altezza.
«Certo.»
Lei mi regalò quel piccolo sorriso timido che riservava soltanto ai momenti troppo importanti per essere festeggiati con entusiasmo.
Il cuore mi si riempì d’amore.
Poco distante, l’addetta al gate osservava con aria preoccupata lo schermo del computer. Teneva una mano sull’auricolare mentre parlava a bassa voce con qualcuno. Per un istante guardò verso il finger d’imbarco, poi tornò a fissare il monitor.
Non ci feci caso.
Negli aeroporti succedono continuamente piccoli inconvenienti.
«Pronta, Em?»
«Prontissima!»
Le presi la manina.
Nell’altra teneva Buzz, il cui piccolo alettone di stoffa sfiorava il tappeto mentre camminava.
«Il tuo posto al finestrino ti sta aspettando» le sussurrai, più per rassicurare me stessa che lei.
Non avevo la minima idea che quella semplice e-mail letta distrattamente la sera prima avesse già cambiato tutto.
—
L’imbarco procedette senza problemi fino a quando arrivammo alla fila numero sette.
Le dita di Emma si strinsero immediatamente alla mia manica.
Abbracciò più forte il suo aeroplanino.
Qualcuno era già seduto al posto **7A**.
Era una donna sulla quarantina abbondante, elegantissima, con un completo dall’aspetto costoso e perfettamente stirato. La sua borsa era sistemata con ordine sotto il sedile davanti a lei.
Mi fermai accanto e le rivolsi il sorriso più gentile che riuscissi a fare.
Lei alzò lentamente lo sguardo, osservò prima me e poi Emma, quindi sbuffò con evidente fastidio.
«Io ho pagato per il posto al finestrino. A quanto pare anche voi. Problema vostro.»
In quel momento arrivò un’assistente di volo.
Sul cartellino c’era scritto **Lisa**.
Senza dire nulla le consegnai le nostre carte d’imbarco.
Le controllò, poi verificò anche quella della donna.
Infine sospirò stancamente.
«Mi dispiace moltissimo per la confusione, signora. Questa mattina l’aereo è stato sostituito e alcuni passeggeri sono stati riassegnati automaticamente. Per errore questo posto è stato assegnato a due persone.»
Poi si rivolse alla donna.
«Signora Reyes, il suo posto originario era il **14C**. Durante la riassegnazione è stata spostata al **7A**, ma questa bambina aveva prenotato il 7A già quattro mesi fa.»
Abbassai la voce affinché Emma non percepisse quanto stessi tremando.
«Mia figlia è autistica. Il posto al finestrino è davvero importante per lei. La aiuta a mantenere la calma.»
Lisa annuì e guardò la donna.
«Signora Reyes, dato che questo non era il suo posto originale, sarebbe disposta a spostarsi al corridoio della fila dodici? È solo qualche fila più indietro.»
La donna irrigidì le spalle come se quella richiesta fosse un insulto personale.
Emma tirò leggermente la mia mano.
Sentii subito il lieve tremore delle sue dita.
Conoscevo troppo bene quel segnale.
Stava iniziando a perdere il controllo.







